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La voce del popolo - Speciale

di Mario Schiavato

Pagina versione carta

UN RACCONTO DI TARDO AUTUNNO
SOTTO LA PARETE DEL TRICORNO

Il camoscio dalle corna d’oro

Questo potrebbe essere un racconto di tardo autunno, di quando mi piaceva andare lungo i sentieri ormai senza folla. Infatti quando arrivai in solitaria sotto la parete del Tricorno, trattenni il fiato: la massa oscura, chiusa, incombente metteva addosso un’apprensione indicibile. Il folle volteggiare delle nuvole, nella fessura della Luknja, rendeva ancora più spettrali gli ultimi larici già spogli. I mughi s’attanagliavano al suolo, aspettando il gelo già prossimo. Solo a tratti la vetta, altissima, una vela bianca di marmi e di nevai, si ergeva esile sopra i flutti della nuvolaglia sull’immensità dei fianchi grigi, truci, attraversati da gole senza fine, profonde, rughe delle muraglie che arrancavano svelte verso l’azzurro. Orrida e pur esaltante visione. Mi sedetti su un masso e deposi lo zaino. Nel silenzio c’era solo il sibilo del vento, ritmato, un brontolio come di tuoni che mi tagliava la volontà di andare avanti. I rifugi sopra erano chiusi in quella stagione, si trattava dunque di bivaccare da qualche parte, da solo... Mah! Indugiavo perciò, soppesavo le ansie e i timori, quasi avessi voluto far passare il tempo più in fretta e decidere quindi la ritirata. Indossai la giacca a vento e così fasciato, al calduccio entro una piega erbosa, guardai a lungo la parete perdersi in quel grigiore palpabile.
Gli Sloveni lo chiamano Terglou. Un nome venuto dal parlare degli avi. Gli avevano assegnato il posto di un dio nell’assemblea di giganti delle Alpi Giulie. Il dio tricipite perché dominava la terra, l’aria e l’acqua. Ed era stato adorato a lungo. Ora lo hanno messo sulla loro bandiera, quel dio che paurosamente rintronava nelle notti di tempesta e che per secoli, solo i camosci sulle cenge alte lo avevano potuto vedere da vicino. Come per me adesso, piccolo fagotto in quell’immensità, un senso di lontano, di potente, di inavvicinabile, perfino di sconvolgente era penetrato tra la povera gente delle vallate e, tra venerazione e timore, aveva ispirato il canto, la poesia, le leggende. Una, notissima e popolare, quella dello Zlatorog...
Lo Zlatorog... Ma perché mi veniva in mente il camoscio dalle corna d’oro, in quella mattinata così avara di sole? Forse per i boati, le scariche di pietre che a tratti rotolavano giù per le pareti? O forse per quell’ultimo cespo della rosa che sbocciava dal sangue delle sue ferite e lo sanava, pochi fiori che avevano resistito alla brina sporgendosi dall’erba già secca? O forse era l’ancestrale timore per la vastità di quel silenzio a farmi cercare un appiglio per rimandare la salita? Era bello tuttavia crogiolarsi al sole, nei brevi tratti in cui appariva tra il cupo del cielo. Come se fossi un bambino, mi raccontava una favola, una favola inventata chissà da chi...
L’origine della leggenda dello Zlatorog si perde nella notte dei tempi. Un secolo fa era ancora vivissima sia in Slovenia che nella Carniola. Il primo a scriverla e a pubblicarla – in tedesco – fu Karl Deschmann (a Lubiana nel 1868). Dice questa leggenda: l’alpe Jezerca e la spettrale rocciosa Komna, una volta erano un paradiso montano. In quel paradiso vivevano le Rojenice, le dame bianche dal cuore generoso che aiutavano i poveri nei momenti difficili, assistevano le puerpere, facevano crescere sul deserto di pietra l’erba per le capre e spiegavano ai pastori i misteri delle piante medicinali. Queste creature non volevano essere ringraziate ma se qualcuno aveva l’ardire di avvicinarsi loro troppo, veniva malamente cacciato a sassate, fra improvvisi nubifragi e temporali. Erano poi protette dai loro camosci bianchi che pascolavano lungo i dossi che precipitavano nella valle dell’Isonzo. Queste placide bestie, appena qualcuno s’avvicinava diventavano feroci, staccavano macigni che facevano rotolare a valle con grande fragore. Il loro capobranco era appunto lo Zlatorog, una bestia magnifica, robusta, dal mantello candido e dalle corna d’oro. Le Rojenice lo avevano reso invulnerabile. Sia pure colpito a morte, non periva mai e ogni goccia del suo sangue, anche se cadeva sulla roccia e sulla neve, faceva immediatamente nascere un fiore purpureo: la rosa del Tricorno. Per la bestia questo era un fiore miracoloso: bastava che ne mangiasse un solo petalo e ogni sua ferita guariva all’istante. Anche le sue corna d’oro avevano un magico potere: come se fossero una chiave, aprivano le porte della grotta che custodiva il tesoro del monte Bogatin, dove era sepolta un’incalcolabile ricchezza, vigilata da un drago con tante teste fiammeggianti.
Si racconta che un veneziano, avido di ricchezze, si fosse nascosto un giorno all’ingresso di quella grotta. Vide arrivare lo Zlatorog, lo spiò mentre avanzava senza che il drago glielo impedisse, lo seguì mentre andava ad abbeverarsi a una preziosa cristallina sorgente, riuscì a impadronirsi d’una piccola scheggia d’oro caduta dalle sue corna e con essa entrare immune nella caverna e impadronirsi di tanto di quell’oro da diventare ricchissimo.
Meno fortunato fu un giovanotto della Val Trenta. Lì, dove la Coritenza confluisce nell’Isonzo, c’era un’ospitale osteria la cui padrona aveva una figlia di rara bellezza, fidanzata con il miglior cacciatore di camosci della valle, il quale spesso le regalava selvaggina e fiori di montagna.
Un giorno per quelle contrade passò una carovana di mercanti veneziani in viaggio per la Germania. Uno di loro, per conquistare la ragazza, le offrì sete preziose, oro e gioielli. Così che, a un ballo organizzato dallo stesso, la giovane rifiutò di ballare col fidanzato. Questi, affranto dalla rabbia e dal dolore, ascoltò i consigli di un losco individuo, il “Cacciatore verde”, che gli suggerì di andare a uccidere lo Zlatorog per potersi impadronire delle ricchezze del Bogatin.
Fu così che quella stessa notte il giovane salì sull’impervia montagna. Stanò il camoscio bianco, lo rincorse e con una fucilata lo abbatté. Ma quando gli si avvicinò per staccargli le corna l’oro lo abbagliò, la bestia resuscitò, lo fece precipitare giù fino sulle acque dell’Isonzo. La fidanzata, pentita, vide la salma passare galleggiando sulle acque limpide e, disperata, sciolse le trecce e si gettò nella gelida corrente. Da quel giorno le Rojenice con il loro gregge di candidi camosci sono scomparse dall’alpe Jezerca e dalla Komna, su quella terra è calata l’infelicità, il loro paradiso s’è tramutato in una tragica, deserta pietraia.
È evidente che si tratta non di una ma di diverse leggende che il popolo ha fuso e arricchito. È interessante notare come nessun poeta sloveno le abbia raccolte e abbia loro dato una forma d’arte. Lo fece, sulle note del già citato Deschmann, anche Rudolf Baumbach. Nato in Turingia nel 1844, costui era vissuto a lungo a Trieste, dove faceva l’insegnante e dove aveva fondato con il barone Carlo Czoernig e con Julius Kugy la sezione triestina del Club Alpino Austriaco. Baumbach, che tra l’altro era un botanico apprezzato e un bravo alpinista, è ricordato per alcuni volumi di poesie e soprattutto, appunto, per il poema “Zlatorog” tradotto in sloveno a cura del poeta Anton Funtek già nel 1886 e in italiano da Ario Tribelli nel 1930 (edito a Trieste). È pure interessante notare che da questo poema sono stati tratti quattro, forse cinque libretti d’opera, musicati da diversi musicisti tedeschi e anche da uno sloveno (ma senza fortuna). Un altro poeta sloveno, Anton Aškerc, ne trasse un dramma pubblicato nel 1904 mentre Joseph Abram sullo stesso tema scrisse una tragedia (messa in scena a Lubiana nel 1927).
Naturalmente non è che tutti questi dati mi siano venuti in mente quella mattina mentre me ne stavo rannicchiato dentro la piega tappezzata d’erba secca con nelle narici l’odore acre dei mughi e negli occhi la fuga delle nubi. Mi sono arrivati per posta: una simpatica letterina di Rok me li ha snocciolati – frequenta l’università – come in un testo di letteratura. E questa dovrebbe essere un’altra storia, ma s’inserisce appunto in quella che stavo narrando.
Trovai Rok, un ragazzone sloveno, salendo pian piano lungo il Prag, e assieme, diventammo due vagabondi. Quella sera approdammo allo Stanič, nella legnaia per la precisione, spifferata da tutti i venti che s’abbattevano contro il Begunski Vrh e lo Cmir. Passammo insieme cinque giorni su per sentieri, lungo creste, in cima a monti quasi mai frequentati. Era bello scoprire, insieme, nuovi orizzonti attorno a quello che era stato il paradiso dello Rojenice, dove oggi sono rimasti soltanto i sette laghi a specchiare il cielo. Imparai a conoscere la sua allegria, le sue paure e i suoi entusiasmi. E, logico, egli conobbe i miei. Parlavamo a lungo, tutti e due in uno stentato croato. Sogni, confidenze, speranze. Su un boccone di pane raffermo, una fettina di pancetta. Vicino a sorgenti o mentre aspettavamo il sonno nei bivacchi disastrati, spesso privi di un minimo comfort, letamai d’immondizie. Seduti sulla soglia o fuori, a ridosso di un sasso, con ai piedi le valli immerse nella bruma e in alto le stelle a grappoli.
Ci lasciammo sulla Komna, sotto il Bogatin, lui diretto a Bohinj e io a Lepena. Ci lasciammo nel giardino delle fate, diventato tragica pietraia, dove pur era fiorita una sincera amicizia. Seguii il suo passo gagliardo per un po’, fino alla svolta del sentiero dove i larici spogli lo inghiottirono. La solitudine che seguì mi fece trovare prima del tempo la via di casa in quel tardo autunno di qualche anno fa.